Vorrei quindi lo posto - checklist essenziale per esprimersi con libertà online

sabato 24 settembre 2016

di Bruno Mastroianni

Verba volant scripta manent. La famosa locuzione latina non solo è quantomai attuale ma andrebbe potenziata in base allo scenario digitale: scripta volant et manent dovunque sui social, senza che tu possa averne il controllo una volta che hai postato.

Dopo intensi giorni di discussioni sui casi di cronaca di video virali di situazioni intime o violente, di foto rubate e diffuse, e in piena discussione della legge sul cyberbullismo, viene voglia di non farsi prendere dal "logorio della vita social moderna" e, con uno sforzo zen, andare all'essenziale del tema.

Il terrorismo offline e online infatti, alimentato da casi limite, non aiuta le nostre vite social ordinarie e banali. Invece è proprio lì, sulle nostre timeline qualunque, che si può fare la differenza.

L'ecologia del Web infatti non sarà curata temendo casi estremi in cui non ci troveremo spesso, ma a partire da ciò che postiamo e condividiamo tutti i giorni e di cui si riempiono i News Feed dei nostri amici e conoscenti.

A partire da questo volevo proporre una checklist da controllare prima di pubblicare qualsiasi cosa per aiutare a essere veramente consapevoli di ciò che si posta. Come spesso accade online mi sono ritrovato la cosa già bella e pronta elaborata da chi è ben più preparato di me. Così ve la offro.

Questa lista è stata elaborata da Vera Gheno, Twitter Manager della Accademia della Crusca e docente all'Università di Firenze, mi pare che in essa ci sia veramente l'essenziale. Grazie a Vera e buona lettura:
Piccolo promemoria di ecologia sociale off- e online.
- Perché voglio condividere quel dato contenuto? Quale soddisfazione/vantaggio ne traggo?
- Quello che sto per condividere è vero? Ho verificato la sua veridicità? Posso fornire delle fonti primarie attendibili per suffragare la mia tesi?
- Nell'eventualità in cui mi accorgessi di avere contribuito a condividere una bufala, o di aver fatto un'affermazione dimostratasi palesemente falsa, sono in grado di scusarmi, o di ammettere di avere sbagliato?
- Qual è la conseguenza delle mie azioni o delle mie affermazioni sugli altri?
- Se fossi dall'altra parte, cioè fossi oggetto dell'informazione, sarei contenta dell'attenzione tributatami?
- Quello che per me è divertente lo è davvero per tutti? O sto per offendere qualcuno/una categoria?
- Anche se "l'hanno fatto tutti", mi giustifica nel farlo anche io?
- Ho piena coscienza di essere unica responsabile delle affermazioni che faccio? Sono pronta a difenderle?
- Sono fraintendibile o sono stata sufficientemente precisa e icastica nell'esprimere le mie opinioni?
- Se sto replicando a qualcun altro, ho letto o ascoltato con attenzione il mio interlocutore e mi sono sincerata di avere compreso bene quanto affermato da lui/lei?
- Ho dato un'occhiata a quanti prima di me abbiano fatto la stessa battuta o abbiano fornito la stessa informazione nello stesso modo?
A questa lista, che trovo piuttosto completa, vorrei aggiungere solo tre elementi (una presa di coscienza e due conseguenze) che per i comunicatori professionisti sono un classico e che al giorno d'oggi devono diventare pane quotidiano per chiunque pubblica qualcosa online:

1. Tutto ciò che carico online è on the records e pubblico, rappresenta la mia posizione ufficiale ed è liberamente utilizzabile da chiunque per descrivere chi sono e come la penso, senza preavviso, senza il mio permesso né possibilità di revisione previa.

2. Occorre rileggere sempre quello che ho scritto mettendomi nei panni di chi è diverso da me e la pensa in modo completamente diverso da me, capirà cosa intendo?

3. Se voglio andare sul sicuro devo assicurarmi che il contenuto che sto offrendo migliori effettivamente la vita degli altri (che sia una battuta o un ragionamento complesso) e tenermi alla larga dal cercare reazioni solo per avere visibilità o farmi notare. Di solito è da qui che vengono tutti i guai online. Come offline del resto.

P.S.

Dal 6 ottobre sarà disponibile il libro di Vera Gheno, Guida pratica all'italiano scritto (senza diventare grammarnazi). Ne consiglio vivamente la lettura.





Il Web non è il futuro, è già qui da un pezzo. Iniziamo a occuparcene?

domenica 18 settembre 2016

di Bruno Mastroianni

I recenti casi di cronaca, caratterizzati da un presunto inquietante ruolo delle tecnologie digitali, hanno suscitato un dibattito acceso sul Web e i suoi pericoli. La discussione è divenuta a tratti preoccupante, soprattuto per la tendenza di molti ragionamenti a convergere verso la solita e ritrita prospettiva: è bene "spegnere" la tecnologia. Come se tutta la questione del Web, dei social network, del mondo connesso, si potesse semplicemente e, ancora una volta, liquidare con alcune regole per un sano switch off.

Il punto è che, nonostante siamo connessi da 30 anni, c'è una specie di bug che ci fa considerare sempre il Web come qualcosa di nuovo che riguarda il futuro. Da qui l'atteggiamento difensivo e di preservazione. Scuole, famiglie e altre realtà educative e culturali, sembrano ancora lontane dall'entrare nell'ottica di un'educazione solida e continuativa all'online: si continua a rimandare il tema a un momento non precisato del domani.

Il dibattito poi è focalizzato su su "limitare" e "regolamentare" perché gli esperti "apocalittici" che popolano i media classici sono spesso piuttosto assenti sui social. Per molti di questi l'online è semplicemente una dimensione poco conosciuta. Da qui il timore dell'ignoto.

La realtà è che il Web è già qui: siamo già esseri umani definitivamente connessi. Quella online è già vita quotidiana ineliminabile, che ci piaccia o no. Ora, nessuno dice che non ci vogliano sane regole né si sogna di negare che spegnere la tecnologia ogni tanto sia una cosa sana, ma qui non c'è un inquietante futuro da cui difendersi, né un ignoto da temere, quanto piuttosto un banale ritardo educativo da recuperare nel presente.

Finora puntando sull'off abbiamo raggiunto un solo risultato: il Web è un ambiente dove le persone fanno da sé - senza strumenti e occasioni per riflettere - come possono. Da qui ai casi di cronaca non ci vuole molto.

Se per 30 anni ci siamo focalizzati su sane pratiche per spegnere, è ora di occuparsi di tutto quello che succede da quando si accende. Bisogna affrettarsi a costruire in tutti i luoghi adeguati una cultura delle relazioni digitali, perché siamo in ritardo.

Non è così difficile: basterebbe farsi un giro sui tanto temuti social per trovare decine di professionisti dediti a un paziente lavoro culturale per dare strumenti e prospettive sul digitale. Nelle scuole, nei talk show, nelle audizioni delle commissioni parlamentari, lasciamo perdere i "guru del malaugurio" e chiamiamo loro: stanno lì sul campo da anni, sanno già cosa fare.













L'incontro tra mondi diversi può far paura ma è solo una grande occasione

sabato 10 settembre 2016

di Bruno Mastroianni


Diciamocelo: per nessuno è stato facile, a causa dei social, imparare a confrontarsi con persone provenienti da mondi così lontani. Perché è questo quello che è successo ed è per questo che sono nate le echo chambers, i gruppi omogenei di opinione, la tendenza a cercare solo connessione con vicini e affini che confermino le nostre opinioni: per un trauma.

Prima del digital turn il mondo era fatto da tanti mondi, tendenzialmente separati tra loro. Certo la globalizzazione e la comunicazione cosiddetta di massa avevano in qualche modo messo in connessione questi mondi, ma era una comunicazione mediata e comunque limitata. Il cittadino distante, il migrante,  il militante politico dello schieramento opposto, il "diverso da te", al massimo lo vedevi in TV oppure lo potevi incontrare quando viaggiavi, ti muovevi, uscivi dalla tua vita quotidiana abituale. Oggi te lo ritrovi mentre ti commenta su Facebook, con sprezzante sagacia, l'ultima frase intelligente che hai partorito nel tuo tragitto da casa al lavoro. Il tuo mondo e il suo mondo si incontrano, senza mediazioni, in ogni momento, senza difese.

Lo shock può essere forte. Giornalisti blasonati, abituati ad avere un microfono e platee silenziose, non hanno retto. Persone evolute se ne tengono alla larga. Le persone comuni come te e me, alle prese con un continuo confronto disintermediato, tendono a difendersi, cercando conferme, appoggi, stringendosi sempre più accanto agli affini. Gli intellettuali, a modo loro, risolvono il problema disprezzando la stupidità del Web. Gli educatori si dedicano a studiare quanto più spegnere i dispositivi. I ricercatori di scienze sociali si difendono dimostrando che gli istinti più primitivi trovano nel Web uno sfogo ideale.

Il punto in realtà è solo uno: la libertà fa paura. Infatti quando più mondi diversissimi tra loro si incontrano, quello che accade è un momento di grande libertà: un essere umano si incontra con un altro essere umano, i loro linguaggi, il loro orizzonte di riferimento, i loro giudizi e pregiudizi si confrontano. Non ci sono le regole e le convenzioni del loro mondo a tutelarli. Le sovrastrutture diventano poco efficaci. In comune rimane solo l'umanità tout court e con essa la possibilità di interpellare l'intelligenza o gli istinti più bassi dell'interlocutore. In ballo c'è l'opportunità di trovare una pace che favorisca la comprensione o solleticare un conflitto che stabilisca una divergenza inconciliabile. E tutto deve e può essere guadagnato solo sul campo: quando due mondi distanti si incontrano non esistono ruoli e posizioni, giacché i ruoli e le posizioni sono riconosciuti diversamente da ciascuno dei mondi.

Ecco la vera rivoluzione del Web è questa. Le bolle, gli haters, la disinformazione congenita, le polarizzazioni, sono una conferma: i mondi messi in connessione scuotono i loro appartenenti che cercano di difendersi cercando di mantenere lo status precedente, unendosi tra loro e chiudendosi in fortezze il più possibile ricalcanti le certezze dei mondi da cui provengono.

E il problema non è solo orizzontale - tra cittadini di pari livello ancorché di diverse provenienze - ma anche verticale: la politica come la intendevamo un tempo è in grandissima crisi, i mezzi di comunicazione classici fanno fatica. Prima il "mondo di mondi" era più gestibile. Trovavi il tuo mondo, il tuo bacino elettorale, la tua fetta di pubblico, il tuo settore di mercato, ed era fatta.

Oggi rischi che, mentre stai curando i tuoi (con linguaggio e riferimenti riconoscibili), qualche estraneo si infili tra le pieghe delle possibilità di comunicazione digitale e ti metta a soqquadro i tuoi discorsi ben confezionati. Rischi che ci siano proprio tra i tuoi alcuni che pongano domande formulate con linguaggi di altri mondi. Così le mentalità si scontrano. Può essere un dramma per tutte quelle realtà mediatiche, economiche, politiche, che avevano puntato tutto sulla buone vecchia differenza tra chi conta e chi no.

Puoi essere anche il direttore della testata più importante di Italia ma se un 19enne qualsiasi ti becca in castagna sui social, gli devi rispondere tempestivamente e con ragione, pena perdere un po' della tua credibilità. Il tuo ufficio all'ultimo piano non ti può salvare.

Lo so, mentre dico tutto questo, viene spontaneo rifugiarsi in qualche consolazione tipo: i colossi come Facebook e Google dominano il Web con i loro interessi... Ma è solo un modo per rifiutarsi di vedere la realtà che oggi abbiamo di fronte: le tecnologie digitali ci stanno spogliando di tante sovrastrutture che tutto sommato facevano comodo. Ora, con i nostri device in mano, ci siamo noi con quello che siamo o che non siamo, con ciò che sappiamo o non sappiamo. Dall'altro lato, potenzialmente, il resto del mondo, di fronte a cui - se abbiamo qualcosa da dire o da sostenere - dobbiamo dimostrare sul campo di saperlo fare. Con tutta la fatica che ciò comporta.

Se ci pensiamo bene - proprio per il fatto che questo è il momento in cui i nostri peggiori difetti possono venir fuori - è anche la più grande occasione di essere pienamente umani. Inutile dare la colpa agli schermi. Quando prendiamo in mano il nostro smartphone e iniziamo a interagire con altri che non avremmo mai potuto raggiungere prima, siamo liberi. Sta a noi decidere come impostare questo incontro di persone, per trasformarle in relazioni piene di senso o in alterchi continui pieni di smarrimento.





Online siamo liberi - lista dei diritti dell'utente social

sabato 3 settembre 2016

Visto che sempre più spesso sento dire che tutti i problemi del mondo sono da attribuire al Web mi è venuta voglia di mettere alla prova quanto siamo liberi quando ci muoviamo online.

Così ho iniziato a buttare giù una lista (semi-seria) dei diritti che ogni utente ha al momento di connettersi con altri sui social network.

Ecco una prima bozza in costruzione. Aspetto aggiunte, modifiche, idee...


1. Il diritto a stare su tutti i social network possibili, il diritto a stare solo sui social che ti piacciono, il diritto a non esserci (in questo caso a noi che siamo online ci manchi). 

2. Il diritto a postare quotidianamente e frequentemente (assumendoti la responsabilità della tua abbondanza) e il diritto a non pubblicare mai nulla. Sotto-diritto collegato: non pubblicare nulla di tuo e condividere e ritwittare solo ciò che scrivono gli altri (anche se, coraggio, qualcosa di tuo da dire ce l'avrai pure?)

3. Il diritto a mettere like, commentare, condividere, solo in base al tuo personale insindacabile giudizio, il diritto a non mettere like, a non condividere, a non commentare, il diritto a ignorare i contenuti indegni come massima forma di disaccordo.

4. Il diritto a protestare, inveire, denunciare, criticare ogni errore e nefandezza del Web, sapendo che così facendo ne diventi il miglior diffusore. Clickbaiter, hater e troll te ne sono grati.

5. Il diritto a dare o no l'amicizia su Facebook, il followback su Twitter, o a toglierli, sapendo che la gente ci rimane male veramente, non virtualmente. 

6. Il diritto a "togliere voce" su Twitter, a "non seguire più" su Facebook, a disattivare le notifiche su un post in cui si è taggati, a de-taggarsi e a usare tutte le funzioni che non fanno più apparire aggiornamenti su post/contenuti/discussioni che non ti aiutano a vivere meglio.

7. Il diritto a scegliere "chi vedere per primo" e ad "attivare le notifiche" solo per gli interlocutori che ritieni più interessanti, per prendere in mano la tua timeline senza lasciarla totalmente in balia dell'algoritmo. Il diritto a lasciarsi invece coccolare dall'algoritmo per avere solo conferme da chi la pensa come te.

8. Il diritto a chiedere sempre informazioni sulla fonte, l'accuratezza dell'informazione e a correggere imprecisioni, anche quando a postare è un influencer, un giornalista, un personaggio pubblico o una testata (non è scortesia controllare sempre).

9. Il diritto a non verificare e a prendere per buone tutte le cose, soprattutto quando le diffonde qualcuno di cui ci fidiamo. Benvenuto in Matrix.

10. Il diritto a fare polemica, a iniziare discussioni inutili, a dire "sono d'accordo" o "non sono d'accordo" anche se non richiesto; insomma in generale il diritto a perdere un sacco di tempo e a farlo perdere agli altri facendo felici solo i digi-scettici che così poi dicono: lo vedi che i social non servono a niente!

11. Il diritto a divincolarsi da discussioni inutili se ormai si è capito che non si va più da nessuna parte.

12. Il diritto a essere auto-ironici se le cose si scaldano troppo.

13. Il diritto a non capire cosa ha scritto l'altro e chiedere: mi puoi spiegare meglio? Sotto-diritto: si può rileggere la seconda volta (e anche la terza) prima di ribattere al volo.

14. Il diritto a correggersi,  a tornare sui propri passi, a chiedere scusa, ad ammettere errori, senza pensare che questo comprometterà la propria reputazione: la accrescerà.

15. Il diritto a non seguire le ennesime TOT regole del post perfetto (e scoprire che spesso i contenuti veramente virali non seguono mai quelle regole).

16. Il diritto a scrivere post lunghissimi su FB, a fare Tweet spezzettati in più parti, a pubblicare foto sfocate o mal inquadrate, e a fare altre cose di questo tipo: semplicemente non ti leggeremo con piacere, non casca il mondo. Sotto-diritto: puoi avere gli stessi comportamenti nei commenti e nelle risposte, l'effetto sempre lo stesso: no finimondo ma seguirti è tosta.

17. Il diritto a intervenire su ogni questione possibile immaginabile assumendoti il rischio di essere preso per un qualunquista. Il diritto a intervenire solo su ciò che conosci e padroneggi, assumendoti l'onere di diventare sempre più stimato e considerato. Qui dal diritto si passa alla responsabilità: mi raccomando non deluderci.

18. Il diritto di rimanere buono, pacato, positivo, intelligente, anche se molti ti diranno che si fanno molti più like colpendo alla pancia. Il diritto a diffondere solo contenuti che mirano alla pancia per avere più like. Davvero ti dà soddisfazione?

19. Il diritto a non aver nulla da postare. Anche per giorni. Però almeno dacci qualche segnale che sei vivo.

20. Il diritto di imparare dai propri errori e impegnarsi in modo che il successivo post/tweet/commento/ interazione sia migliore.




I social gabbia dorata? Per fortuna abbiamo le chiavi per uscirne

sabato 27 agosto 2016


di Bruno Mastroianni


Un post del blog di Luca De Biase (che consiglio di seguire sempre) mi spinge a scrivere ancora qualcosa su disinformazione, gabbie dorate e altri aspetti negativi dei social network di cui parliamo spesso.

De Biase passa in rassegna una serie di studi (particolarmente interessanti quelli di Walter Quattrociocchi di cui abbiamo già parlato)) che confermano la tendenza degli utenti online a rinchiudersi in bolle di opinioni omogenee polarizzate e impermeabili al confronto. Questa tendenza porta a un certo coefficiente di disinformazione giacché, quando si è in una cosiddetta echo chamber, le informazioni che si ricevono e si condividono tendono ad essere sostanzialmente omogenee e a confermare ciò che già si pensa.

Spesso è questa la vera radice della violenza a cui assistiamo nelle discussioni online: mancanza di informazioni attendibili e polarizzazione su posizioni inconciliabili sono il mix esplosivo che rende quasi ogni interazione un litigio inutile.

È successo anche con il terremoto: dopo poche ore dal disastro hanno iniziato a circolare le immagini false di crolli (risalivano a terremoti precedenti) e sono subito nate discussioni su presunti ritocchi alla magnitudo per evitare i rimborsi, le fantasie sulla prevedibilità dei terremoti, o la questione dei soldi del superenalotto da destinare alla ricostruzione che tecnicamente non si può fare (qui tutte le bufale).

Capire e decidere di agire

Di fronte a tutto questo serpeggia in vari ambienti una sorta di digi-scetticismo del tutto comprensibile. Dall'altra parte fa sorridere e sembra del tutto inadatto un ingenuo digi-ottimismo incapace di cogliere queste sfide. Come dice bene De Biase  il punto non è dichiarare internet fallita e non è neppure difenderla: il problema è capire che cosa succede, comprendere quanto sia importante e decidere di agire.

Come risposta vorrei proporre alcuni spunti. Li ho approfonditi nel mio testo sui dibattiti online contenuto ne La missione digitale (che ho curato con Giovanni Tridente, ed. ESC  2016). Quello che sostengo è che nonostante le criticità a cui la tecnologia può esporci, ad avere il controllo è sempre l'uomo. Anzi direi di più: il fatto che emergano fortemente certe bassezze non è che la dimostrazione che la tecnologia potenzia la natura umana (nel bene e nel male), perciò si tratta di darsi da fare affinché le altezze possano emergere con profitto per curare le derive negative.

In sostanza propongo quattro dimensioni che si dovrebbero curare sempre quando ci si muove online sui social e sul Web. Dimensioni che possono aiutare a rimanere sempre in possesso della propria umanità, soprattutto nel momento in cui la tecnologia ci abilita aumentando a dismisura la nostra capacità di comunicare e entrare in relazione con altri.

La quantità

La prima dimensione è quantitativa e riguarda ciò che pubblichiamo in prima persona. Dovremmo avere una certa sensibilità per l'ecologia del Web, per mantenerlo pulito. Da questo punto di vista dovremmo sforzarci di proporre invece di inveire, di elaborare invece di gridare, a ispirare invece che denunciare. Il Web è pieno di litigi, denunce, polemiche, che non fanno altro che autoalimentarsi portando a un inutile nulla pieno di acredine. Il primo riflesso non può che essere uno e semplice: smettere di contribuire all'urlata collettiva. Invece di aggiungere polemica a polemica, soprattutto quando abbiamo qualcosa da ridire, cerchiamo di farlo in un modo più evoluto, lavorandoci su. Per ogni polemica che non lanci il Web è più pulito. Per ogni proposta intelligente che offri, contribuisci alla sua salute.

La qualità

La seconda dimensione è quella della qualità. I social ci spingono a cercare la popolarità, inutile negarlo o opporsi ciecamente. Questa ricerca, che è un riflesso umano, va solo educata. Non tutti i like sono uguali. Esistono "capipopolo" i cui post hanno centinaia di like che però sono accordati solo da persone omogenee che già la pensano allo stesso modo. Non sono un riconoscimento della bontà del contenuto ma un semplice attestato di appartenenza alla stessa bolla. La parte più bella della comunicazione invece è farsi capire dall'altro, dall'estraneo, da quello che non è "dei mei". Dovremmo imparare a cercare la qualità dell'engagement: un like di una persona lontana vale più di 100 like automatici dei supporter, un rilievo intelligente vale mille "sono d'accordo", interagire con chi la pensa in modo diverso è molto più stimolante che farsi eco l'un l'altro sempre sulle stesse cose.

Lo spazio

Ci vorrebbe un vero e proprio training costante alla cura delle timeline e dei News Feed. È vero gli algoritmi hanno le loro regole e tendono a compiacerci e a offrirci spunti che confermano il nostro comportamento. Ma siamo noi i titolari del nostro agire. Se cerchiamo apertura e confronto, se gestiamo bene i vari strumenti (come il "chi vedere per primo" di FB, o le liste e le notifiche di Twitter) possiamo essere in contatto soprattutto con chi può aiutarci a aprire gli orizzonti, possiamo far sì che il nostro spazio online non sia una gabbia ma una vera piazza dove incontriamo veri interlocutori (e non una curva di ultrà che fanno il coro).

Il tempo

Questa è la dimensione più importante. È la dimensione dove le relazioni maturano qualità. Online dovremmo affidarci a ciò che dura (o può durare) nel tempo, con un po' di visione e di distacco dall'ultima novità dell'attualità che talvolta ci spinge a intervenire di fretta e in modo istitntivo. La dimensione del tempo ci spinge anche a dedicare il tempo: dare risposte ponderate e preparate, riflettere sugli spunti che ci arrivano nei commenti, e così via. Tutte le volte che investiamo tempo entriamo in una modalità online più evoluta e consapevole. Si tratta di avere un po' di senso della proporzione e della realtà: non sarà certo con un post su FB o un Tweet che potremmo risolvere questioni complesse tutte e subito, si può iniziare a discutere e poi tornarci in un secondo momento, si può imparare ogni volta qualcosa in più, si può tornare sui propri passi. Il tempo è vita, anche nella vita digitale.

Le chiavi della gabbia dorata

Sono solo spunti e per nulla completi. Quello che è essenziale a mio avviso è l'urgenza di un'azione educativa e culturale a tutti i livelli che sensibilizzi a un comportamento consapevole ed evoluto online. A scuola oltre a leggere, scrivere e far di conto, si dovrebbe anche educare a interagire sul Web. Così nelle aziende, nei luoghi di lavoro, nella vita pubblica, in famiglia, ovunnque.

Ha ragione Walter Quattrociocchi quando esprime perplessità sull'efficacia delle campagne di debunking o dei miglioramenti negli algoritmi di Facebook e Google. Non bastano a risolvere disinformazione e polarizzazioni. Io aggiungo: questi atteggiamenti deleteri sono insiti nella natura umana, non possono essere eliminati da procedure o metodologie automatizzate.

L'unica strada è la solita, quella classica dell'educazione: tirare fuori dall'uomo ciò che è il meglio dell'uomo. La sfida del Web non è tanto trovare modi per eliminare le gabbie dorate, quanto quella di offrire a ciascuno le chiavi per poterne uscire.

Con quelle chiavi in tasca ci nasciamo in quanto esseri umani, basta solo accorgersi di averle e desiderare di usarle. E magari iniziare anche a guardarsi attorno per liberane altri.





Sui social ciò che sembra è - elogio della percezione

sabato 20 agosto 2016

di Bruno Mastroianni


In questi giorni un amico ha raggiunto un bel risultato grazie a una campagna di crowdfunding sui social e, nonostante la bontà della notizia, ha ricevuto diversi commenti fuori luogo sui suoi spazi online anche dagli amici. Quando succedono cose del genere la tipica reazione che abbiamo è quella di provare disagio nel sentire raccontare da altri il nostro mondo con parole e criteri che non sono adatti. Viene da dire: "non capiscono", "sono superficiali", "non hanno tutti gli elementi eppure scrivono”, ecc.

Questo disagio però, seppure fondato, può essere nemico della comunicazione. Fermarsi ad esso infatti può essere un alibi per non pensare alla parte che ci spetta ogni volta che entriamo in relazione online: farci capire nelle condizioni date, così come sono.

L'alibi della lacuna altrui

La tendenza a vedere gli altri “colpevoli di qualche mancanza” può diventare una rinuncia ad impegnarsi proprio nel lavoro di relazione. La qualità dei giudizi altrui, infatti, non è in nostro potere e rispondere al pregiudizio con un giudizio su di esso non serve a molto. Ben più realistico investire le energie su ciò che è alla nostra portata: farci capire proprio a partire da eventuali fraintendimenti.

In altre parole la mentalità, il linguaggio, i presupposti culturali, perfino i pregiudizi degli altri connessi con me non sono per forza da liquidare come ostacoli alla comprensione. Possono invece essere il punto di partenza su cui lavorare per farsi capire. 

Le percezioni: essenza dei social

I social di fatto non sono altro che interazioni basate sulle percezioni di qualcuno che vengono condivise con altri ancora. La materia minima ineliminabile insomma è la percezione. Se si dimentica questa realtà, se la si rifiuta, se ci si appella ad altri fattori (ad esempio: "gli utenti dovrebbero approfondire”) si esce dal campo della comunicazione e si entra in altri terreni - ad esempio quello educativo - dove è lecito discutere e elaborare modi per aumentare consapevolezza e competenze al di là delle impressioni. 

In comunicazione non è possibile. Perché, piaccia o no, si deve sempre partire dalla percezione dell’altro. Per questo dico: ciò che sembra è. Se la percezione dell’altro è diversa, non posso limitarmi a dire che è cattiva, buona, mediocre, devo piuttosto dedicarmi a conoscerla e prenderne atto perché contiene il codice che mi permetterà di farmi capire. O mi inserisco in quel modo di vedere e riesco a sembrare esattamente ciò che sono a quegli occhi, con le loro caratteristiche, oppure sono destinato a non comunicare. 

Ciò che sembra è 

Sui social la differenza tra sembrare ed essere non può fare da alibi. Sottolineo: sui social non in altri campi. Se online litigo perché non mi capiscono, sono ciò che sembro: litigioso. Non sono uno che ha ragione o torto ma uno che litiga. Se sono paziente anche se non mi capiscono, sono ciò che sembro: paziente. E così via. 

Capire questo è cogliere un’occasione: si può lavorare per sembrare esattamente ciò che si è, per essere se stessi agli occhi dell’altro. E lo sforzo spesso porta a conoscersi meglio. 

Diversi, di fronte allo “scoglio” della percezione altrui, decidono di scegliere la strada della manipolazione per sembrare qualcosa che non sono, per piacere. Altri scelgono lo scontro eroicamente tragico: affermano ciò che ritengono giusto senza preoccuparsi di essere capiti o meno (e di solito scatenano guerre). Ma queste non sono le uniche alternative. C'è anche la possibilità di impegnarsi per sembrare (cioè essere) se stessi agli occhi dell’altro.

Persone non messaggi

Ecco la questione: sui social non abbiamo un prodotto da vendere né una teoria tra le altre da diffondere; e lo scopo non può nemmeno ridursi a intercettare l'interesse o i gusti degli interlocutori (come nello schema di comunicazione dei media classici). Sui social ci siamo e ci sono gli altri. Più che messaggi efficaci, interazioni tra persone.

Eventuali pregiudizi, incomprensioni e superficialità, vanno presi perciò sul serio. Perché rispondono a qualcosa che - positivo o negativo che sia - viene dal dall’uomo, dalla sua parte più interiore. Anche troll e hater in fin dei conti polemizzano esprimendo un qualche disagio umano.

È qualcosa di molto diverso dal "sondaggismo" che per molto tempo ha governato le modalità di comunicazione, spingendo a strategie di posizionamento in base al rilevamento della percezione del pubblico.

Ci vuole molto di più. Occorre individuare forme di espressione capaci fare appello alle più nobili aspirazioni umane anche quando chi è coinvolto nel processo comunicativo non le ha attivate. Occorre essere disposti a farsi coinvolgere, con   pazienza, nei dubbi e nei rilievi, ponendosi le domande assieme a chi le pone (anche quando sono sgradevoli), è essere umili e preparati su ciò che si dice, è essere autentici e trasparenti, è dire ciò che si pensa trasmettendolo assieme alla stima verso le capacità umane dell'interlocutore. 

Non è una strategia. È vita sociale. È lo sforzo di chi, visto che si è lanciato nella conversazione online, cerca di sembrare il più possibile ciò che è: uno che cerca di confrontarsi con l'altro.






Diventare rompi-bolle - l'esempio di Papa Francesco per la conversazione online

sabato 13 agosto 2016

di Bruno Mastroianni


A fine giugno sono intervento a #InspiringPR, un evento davvero ben organizzato. Nei dieci minuti sul palco ho cercato di parlare di Papa Francesco e della #francescoterapia: la sua capacità di mettere di fronte a se stessi tutti - credenti e non - facendo cadere gli schemi e le barriere (religiose, culturali e sociali) dietro cui di solito ci trinceriamo per difenderci. Di fronte a lui - e al suo continuo avvicinarsi - si rimane come nudi, si è persone davanti ad altre persone, senza inutili sovrastrutture che compromettono il dialogo. Qui di seguito il video del mio intervento.



Riprendo questo tema pensando al Web e ai social. Soprattutto in riferimento al fenomeno delle bolle di opinioni omogenee e delle echo chambers in cui spesso siamo immersi: connessi con i nostri simili tendiamo a cercare conferme su ciò che già crediamo e pensiamo. Difficilmente andiamo a cercare chi mette in difficoltà le nostre concezioni. 

Non solo uscire dalla bolle, ma entrare nelle bolle altrui

Quando facciamo questa analisi pensiamo spesso allo sforzo che occorre fare per uscire dalle bolle. Ma ci dimentichiamo di tutta un'altra parte importante del lavoro. Infatti non basta che ciascuno maturi la capacità di allargare i propri orizzonti, ci vuole anche l'impegno per andare a cercare l'altro nelle sue bolle per incontrarlo: il Web ha bisogno di persone capaci di superare i muri di opinioni omogenee. Io li chiamo i rompi-bolle. Di fatto di rompi-bolle così ce ne sono molti. Interagire con loro online è un piacere e un continuo stimolo. 

Il rompi-bolle è il contrario di un troll o di un hater. Mentre quest'ultimi infatti rompono i contenuti altrui con insulti e polemiche, distruggendo la discussione, i rompi-bolle sanno infrangere ciò che compromette la conversazione (pregiudizi, categorie preconcette, barriere mentali) per mantenerla in salute e valorizzarla.

Il rompi-bolle è capace di grande umanità e relazionalità. Sa avvicinarsi, non ha paura di entrare nella bolla dell'altro per comprendere i suoi pregiudizi, si mette a lavorare su di essi, con pazienza, con ironia e autoironia, facendo tutto il percorso necessario. Se ci pensiamo è proprio quello che fa Papa Francesco su qualsiasi tema: riesce sempre ad affrontarlo in modo tale che tutti si sentano interpellati lì dove sono. 

Più punti di vista ci sono e meglio è

Il classico sintomo del rompi-bolle è pensare che più opinioni si esprimono, più punti di vista ci saranno, tanto migliore sarà la discussione. Così come la volontà di rispondere a tutti coloro che con intelligenza e impegno oppongono obiezioni e rilievi. Sintomi invece del troll-hater sono: vedere ogni questione come terreno di schieramento, iniziare i commenti sempre con "sono d'accordo o non sono d'accordo", darsi al "benaltrismo" uscendo dal tema in oggetto, determinare sempre un "noi-voi" su ogni problema e così via.

La Rete rischia di essere una vasta distesa di bolle che non si toccano. Un grandissimo impoverimento delle potenzialità che le tecnologie digitali ci offrono. Allora, oltre allo sforzo educativo di attrezzare le persone a uscire dalle bolle, ci sarà bisogno anche di una schiera di rompi-bolle pazienti e umani che si dedichino costantemente ricordare la totale inutilità delle barriere: siamo nati per confrontarci, perché opporsi a tale aspetto cruciale della nostra natura?




Virale, di moda, popolare: tendenze molto umane, da coltivare

sabato 6 agosto 2016

di Bruno Mastroianni


A volte quando parliamo di dinamiche dei social tendiamo ad assumere un atteggiamento spontaneamente negativo e moralistico. Accade ad esempio con parole come "virale", oppure "popolarità". Ci viene automatico pensare che queste cose siano non del tutto pulite e che abbiano qualcosa che non va.

Si tratta di quel "maniavantismo" educativo, di cui abbiamo già parlato, a cui ormai siamo abituati quando consideriamo la comunicazione digitale. È quell'educazione all'uso delle tecnologie intesa come sottrazione e prevenzione, in un costante istinto difensivo intento a mettere paletti e limiti per impedire che certe dinamiche prendano il controllo su di noi.

Da qui nascono quei discorsi secondo cui virale - cioè il fenomeno per cui un contenuto riceve l'attenzione progressiva ed esponenziale di molte persone in Rete - è qualcosa di "non pulito", di poco nobile, contraddistinto spesso da interessi commerciali o comunque non del tutto limpidi. Così come il tema dei like e delle condivisioni che rendono popolare un certo contenuto: questa popolarità ci appare spesso sotto una luce negativa, come se il desiderio di avere riscontro fosse solo qualcosa di sbagliato, di disdicevole. Questi termini - assieme a "di moda", "fa tendenza" - vengono affiancati a sensazioni di superficialità, mancanza di spessore, emotività, scarso studio e poca riflessione. Ma è proprio così?

Ritengo che per una corretta comprensione del Web e dei social ci sia bisogno di un capovolgimento di prospettiva. Virale non è male. Popolare non è disdicevole. Moda e tendenze non sono affatto cose da evitare. Sono invece il grande terreno su cui lavorare per un Web sempre più rispondente alle nostre esigenze di esseri umani.

Il capovolgimento non va fatto per tecno-entusiasmo. Chi dice che tutto è bello e buono quando si parla di tecnologia, infatti, compie dal lato opposto lo stesso errore del "maniavantismo". Entrambi rimangono sulla superficie dello scenario digitale - difendendosi o gettandosi a capofitto - senza averne un'adeguata comprensione.

Quello che occorre è, come al solito, non separare mai i due elementi essenziali, che sono inscindibilmente uniti nell'attuale panorama della comunicazione: l'uomo e la tecnologia. Percepire il Web solo da un punto di vista tecnologico, senza l'umano, è travisarne l'essenza; così come percepire l'uomo senza la tecnologia è fraintendere la sua attuale e reale condizione relazionale e comunicativa.

Insomma in questi fenomeni va ritrovato il senso dell'uomo-tecnologico e della tecnologia-umana. Così "virale" sarà percepito per ciò che veramente è: ciò che interpella l'umano e che lo spinge a reagire e interagire. Che questo possa essere fatto con dei trucchi, puntando sulla pancia e sugli istinti più bassi (che sempre umani sono), non toglie che si possa fare interpellando le facoltà migliori e più nobili, alzando il livello. Lo stesso può dirsi della popolarità: quando cerchiamo i like non stiamo solo rispondendo a un malsano bisogno di approvazione, stiamo piuttosto cercando con grande umanità un feedback, un segnale da parte di chi ci ascolta, per sapere se ciò che offriamo è rilevante. La moda e le tendenze poi fanno parte dei quella indole tutta umana a condividere gusti e opinioni per conoscersi e riconoscersi. Una cosa viva, vera, reale, su cui si può e si deve lavorare.

Solo dopo aver assunto tale prospettiva si potrà con consapevolezza affrontare le dinamiche digitali in modo evoluto, ad esempio accettando la fatica di ottenere popolarità e riscontri puntando in alto e non al ribasso; cercando la viralità in ciò che migliora e non in ciò che disgusta; creare tendenza risvegliando e creando riconoscimento e coesione nella parte migliore della nostra natura umana.

Ho in mente molte persone che fanno questo quotidianamente sui social, sono come contadini che seminano e coltivano, nutrendo costantemente chi gli sta attorno. È un piacere essere connessi con loro nel Web.

C'è così tanto da fare in questo versante luminoso e costruttivo che non c'è quasi il tempo di mettersi a stigmatizzare il lato oscuro delle ombre. Non è buonismo ma realismo consapevole. Le tecnologie sono come una lente di ingrandimento che potenzia le nostre caratteristiche umane - quelle promettenti come quelle distruttive - a quali ci dedicheremo come priorità per educare ed educarci ad esser connessi in Rete?





Tu sei un influencer: a un grande potere corrisponde una grande responsabilità

sabato 30 luglio 2016

di Bruno Mastroianni



Dopo l'ennesima discussione su Facebook (impegnativa, a tratti feroce, ma senz'altro proficua) sono tornato a riflettere su un aspetto essenziale della nostra vita online: ognuno di noi nel suo piccolo è un influencer.

Questo termine, che di per sé non è un granché, descrive la realtà di quelli che sul Web si sono guadagnati un posto preminente e hanno oggi la capacità di incidere sulla vita online di molte persone con i loro temi e le loro proposte. Una sorta di versione riveduta e corretta degli opinon leader e degli opinion maker dei vecchi tempi.

Ecco, penso che questa visione può distrarci. Può farci applicare al mutato scenario di comunicazione categorie vecchie, dell'epoca precedente, in cui era presente uno stacco, un salto di qualità, tra comunicatori e pubblico. Oggi sarebbe fuorviante pensare alla Rete in questi termini. Non c'è una massa informe di grigi utenti sconosciuti da una parte, e una élite di luminosi e importanti influencer dall'altra. In realtà il Web è molto più disorganizzato e orizzontale, e ciascuno di noi, seppur nel suo piccolo, quotidianamente, è in qualche modo un influencer verso le persone con cui è in connessione.

Quel che facciamo online lascia traccia

Sembra una banalità ma non lo è. Perché lo possiamo dimenticare: per ogni cosa che accade nel mondo e nella nostra vita, abbiamo la chance di viverla online assieme alle persone che ci sono attorno. Pensiamo a un evento drammatico come gli ultimi episodi di violenza terroristica: i nostri commenti, le nostre idee, le nostre risposte, che ci piaccia o no, lasciano una traccia negli altri (non importa se molti o pochi).

Ciò è sempre accaduto, anche prima del Web, ma oggi qualcosa è cambiato: i social hanno aumentato quantitativamente e qualitativamente la nostra capacità di incidere su chi ci sta attorno. Le tecnologie ci hanno abilitato a un potere che prima non avevamo.

Questi "altri" solitamente sono persone con cui abbiamo un legame (di amicizia, di stima professionale, di parentela, di reputazione) e sarà proprio quel legame a dare forza e peso alla nostra azione. Non siamo semplicemente degli asettici distributori e recettori di messaggi, ma persone in relazione tramite tecnologia digitale. In virtù di queste relazioni il nostro agire online porta con sé un certo grado di responsabilità: ciò che facciamo ha effetti reali su persone reali.

Tra l'altro più si è legati più l'effetto aumenta. Anche i dati lo confermano: gli influencer più efficaci sono individuati dalla vicinanza. Ad esempio i dati dell'Edelman Trust Barometer (qui sotto) riportano che nelle informazioni che riceviamo sui social, la fiducia più alta è accordata a amici e membri della famiglia più che a esperti e altre voci.


Stesso risultato in un'altra ricerca di qualche tempo fa sulle cause sociali a cui aderire online: le fonti delle cause a cui si aderisce sono più i familiari e gli amici che altri mezzi (qui sotto i dati).



Io e te dobbiamo mettercelo in testa: non possiamo stare sui social come niente fosse, dire la nostra "a caso" come se non importasse più di tanto, come se non fossimo nessuno. Siamo invece molto importanti e influenti per qualcuno, forse per molte più persone di quello che pensiamo.

Qui un punto centrale che va sempre ribadito: altro che virtuale, il digitale è reale. Sui social, ma anche su whapp e altre app di messaggistica, ci si può fare bene e ci si può fare male; ci si può conoscere o manipolare; ci si può offendere e ci si può amare. Chiunque di noi è stato male per una rispostaccia ricevuta, per un commento aggressivo, oppure è rimasto incantato da un ringraziamento, o in sospeso per ore mentre cercava di pensare a che risposta dare. Non sono esperienze fittizie. È vita relazionale vivissima.

Dovremmo sentire sempre più questo richiamo all'impegno, lo stesso che sperimentano i personaggi che assumono ruoli pubblici. Ogni volta che tiriamo fuori dalla tasca il nostro dispositivo anche noi assumiamo un ruolo e dobbiamo risponderne agli altri con cui siamo connessi. È un grande potere a cui corrisponde una grande responsabilità.




Lo spazio di valore - dalla contrapposizione al tempo che fa maturare relazioni

sabato 23 luglio 2016

di Bruno Mastroianni

Nel volume appena uscito, che ho curato con Giovanni Tridente, affronto un tema che ritengo cruciale: lo spirito di contrapposizione che anima le discussioni sui social.

La mia tesi di fondo è che il riflesso a creare contrapposizioni deriva da una sorta di educazione (in realtà diseducazione) prodotta dallo scenario mediatico precedente a quello digitale.

Quando, infatti, i mass media erano l'unico orizzonte della comunicazione di massa, la retorica "dell'uno contro l'altro" era la modalità più a buon mercato per attirare l'attenzione. Dalle pagine di giornale impostate con le classiche interviste pro/contro, ai talk show con i vari interlocutori posizionati in base a una opposta visione su una certa questione: il conflitto è sempre stato il fattore di notiziabilità più immediato e facile da proporre (e lo è ancora).

Lo spirito di contrapposizione è anche maturato per il tipo di scenario. Prima del Web i media hanno sempre funzionato secondo uno schema broadcast con diffusione di contenuti "da uno a molti". Il mezzo di comunicazione (radio, tv, giornale, ecc.) deteneva la possibilità esclusiva - diremmo il potere - di proporre temi e prospettive alla moltitudine. Il pubblico contava solo nella sua possibilità di ascoltare, leggere, vedere (era parte debole). Non aveva una vera voce in capitolo se non per protesta: lettere ai giornali, associazioni di ascoltatori, manifestazioni pubbliche, ecc.

Questo schema ha fatto sì che in ognuno maturasse il riflesso a reagire con un'opposizione di fronte ai temi affrontati secondo schemi diversi dai propri. È esattamente ciò che accade sui social: quando interagiamo con un post, che sia una notizia o una riflessione di qualcuno, il primo approccio è spesso quello di esprimere una posizione di conflitto (d'accordo/non d'accordo, favorevole/contrario). Succede anche nella elaborazione: quando segnaliamo qualcosa tendiamo a farlo spesso per protestare o per denunciare una notizia/contenuto che riteniamo negativo.

Lo spazio è aperto, disponibile

Nel mio testo sostengo che questa modalità è la meno efficace nello schema conversazionale del Web. Infatti lo spazio online non è come quello dello scenario dei media di massa. Non c'è bisogno di guadagnarsi l'attenzione attraverso conflitti e contrapposizioni perché lo spazio c'è ed è disponibile anche per i "deboli". Non c'è l'editore di internet, ci siamo noi con quello che diciamo e con il "come" lo diciamo in connessione con gli altri. A noi insomma la possibilità di aprire scenari e discussioni nelle modalità che riteniamo migliori, quella conflittuale non è obbligatoria né la più efficace.

La mia tesi è che se - invece di protestare e denunciare - ci si concentra a offrire spunti, a suggerire riflessioni rilevanti, anche a far divertire, in un modo che migliora realmente la vita dell'altro, si è nella modalità più promettente per lo scenario digitale. Chiamo questo spazio "lo spazio di valore", quello in cui ciascuno si dedica a entrare in relazione con l'altro portando qualcosa, un valore aggiunto: mette del suo per il bene di entrambi, invece di dedicarsi a delineare differenze.

Gran parte dei veri influencer, quelli che durano, lo sono perché in qualche modo hanno portato un valore nella conversazione. Mentre haters e click baiters fanno spesso spettacolari fuochi che poi si rilevano velocemente di paglia.

Lo spazio di valore è il tempo

A ben guardare infatti quello "di valore" non è uno spazio ma il tempo. Ci vuole tempo per costruire relazioni, per capire, per avere la pazienza di affrontare certi temi. Chi frequenta i social curando la dimensione del tempo pensa a coloro con cui ha a che fare, prima ancora di cercare like facili. Pensa al passato, al presente e anche al futuro. È consapevole che certe cose, che oggi sembrano fondamentali e primarie, fra un po' saranno in secondo piano. Pensa che se anche ci fosse frizione, fraintendimento, incidente, si può sempre recuperare perché c'è tempo. È consapevole che non tutto si può risolvere subito, soprattutto quando ci si sta confrontando su temi essenziali per la vita umana, ed è disposto a fermare la discussione per riprenderla in un secondo momento. Infine: la dimensione del tempo è la dimensione di ciò che dura, che rimane, ciò che veramente conta.

Insomma nel mio testo ci sono queste riflessioni in compagnia degli ottimi contributi di Marc Carroggio sulle caratteristiche dello scenario digitale; di Giovanni Tridente che ha tradotto le prospettive di Papa Francesco della Evangelii Gaudium per i social; di Raffaele Buscemi con cinque consigli pratici e ben pensati per organizzazioni che volgiono stare online in modo proficuo. Completano il volume una riflessione di Eduardo Arriagada sulla conversazione nei social network e due interviste a Daniele Bellasio e Daniele Chieffi e le loro esperienze in questo ambito. La prefazione è di Guido Mocellin a cui va un grande grazie.







Umanizzare il Web - non spegnere dispositivi ma accendere l'uomo

sabato 16 luglio 2016



Quando si parla di Web spesso scatta il riflesso spontaneo di sentire la necessità di porre limiti, dare regole. Sia in campo giuridico che in quello educativo. L'idea è che la prima cosa da fare sia in qualche modo moderare o addirittura “spegnere la tecnologia”, per evitare che le persone esagerino. 

Il punto è però che, seppure regole e i limiti sono necessari e importanti, risultano piuttosto insufficienti. Soprattutto quando si sparla della Rete in cui siamo immersi e in cui non basta più sapere solo "cosa non fare". 

Divieti e regole sono come insegnare a guardare a destra e sinistra prima di attraversare, o come porre limiti di velocità sulle strade: anche se elementi di base per non farsi male, non aiutano a dare senso al “dove andare”, che è il motivo per cui camminiamo o prendiamo la macchina. Se insomma ci fermiamo al livello dello “spegnere la tecnologia per non abusarne”, rinunciamo al punto centrale della questione: come educhiamo e ci educhiamo a stare nel Web?

Non uno strumento ma un ambiente

La questione infatti non è tanto quella di spegnere gli strumenti ma soprattutto occuparsi di ciò che succede mentre i dispositivi sono accesi. È lì che si gioca la sfida educativa maggiore. Non  solo per i giovani.




Sì perché nell’educazione fino adesso abbiamo avuto una prospettiva medium-centrica. Ne parla bene un testo di Cerretti e Padula. Abbiamo educato all’uso dei media, con i media, nei media; ma se, come abbiamo visto, il Web non è esattamente un mezzo ma un ambiente (su questo consiglio questo articolo di Chiara Giaccardi), una tecnologia abilitante che ci permette di essere in relazione con altri, da educare è il protagonista che entra in relazione: l’uomo. Con una battuta potremmo sintetizzare: il Web non esiste di per sé, il Web siamo noi in connessione. Come è la Rete dipende da come noi viviamo questo modo di entrare in relazione attraverso la tecnologia.

La sfida in sostanza è quella di una educazione alla socializzazione che includa in sé questa modalità di interagire con gli altri, che per le nuove generazioni è naturale e che per le precedenti è comunque inevitabile, visto che le tecnologie digitali sono ormai parte ineliminabile della nostra vita quotidiana.

Conoscere il Web

Il primo passo perciò è quello che gli educatori conoscano il Web, il suo funzionamento, le dinamiche che si sviluppano sui social network, le diverse possibilità e modalità con cui online ci si può incontrare, confrontare, condividere ecc. Non ci si può più permettere di liquidarle come "diavolerie che non fanno per me". Soprattutto notando come la dicotomia off-line/on-line appartiene allo scenario del passato, mentre oggi ciascuno vive a cavallo di queste due dimensioni, costantemente.




Conoscere il Web significa accorgersi che le interazioni che avvengono online, per quanto digitali e mediate, sono altrettanto reali di quelle fisiche. Sul Web ci si può offendere realmente, così come si può fare un autentico gesto di affetto, si possono manipolare e confondere le persone, ma si possono anche illuminare e ispirare. La realtà è una: online o offline.

Spesso gran parte dei fallimenti in campo educativo che investono Rete hanno la loro origine nel fatto che, chi parla, presuppone di conoscere qualcosa che ha studiato in teoria ma in cui non si è mai addentrato personalmente. La Rete invece non è uno strumento di cui conoscere il funzionamento, ma un ambiente da vivere, un luogo di relazione: se qualcuno parla in teoria di ciò che non vive, si avverte immediatamente la sua poca autorevolezza.

Dare l'esempio

Qui apriamo il grande tema dell’educazione tramite l’esempio. Se il Web è luogo e non un semplice mezzo, è come la vita: non si educa a vivere bene solo a parole, o a colpi di regole, serve soprattutto l’esempio. L’educatore deve principalmente offrire ai giovani una testimonianza su come si può stare in Rete in modo umano e autentico, sapendo costruire relazioni di qualità con altri online e superando alcuni atteggiamenti istintivi e primitivi.

L’umanizzazione del Web è una delle principali sfide che ci aspettano: come un nuovo continente in cui hanno iniziato a formarsi le prime formazioni sociali e le prime modalità di interazione (anche con caratteri primitivi come abbiamo visto) attende una civilizzazione da parte di chi, consapevole, ne vuole trarre possibilità più promettenti per la vita e il bene dell’uomo.

In poche parole non basta solo stare attenti ai rischi, ai pericoli, e difendersi agli eccessi - come uomini primitivi terrorizzati dai fenomeni naturali - c’è bisogno invece di iniziare percorsi, di coltivare campi, di costruire, di edificare, in una parola: di civilizzare il territorio digitale.



Se lo contesti lo diffondi - sul Web serve più inventiva e meno invettiva

sabato 9 luglio 2016

di Bruno Mastroianni



"Leggete qui, è ora di finirla con queste cose..." subito sotto il link al classico video/articolo/post con qualche contenuto deprecabile. Segue una valanga di like, condivisioni e commenti altrettanto indignati, pronti alla "battaglia culturale" contro quel contenuto.

Quante volte al giorno vediamo apparire qualcosa del genere sulla nostra timeline? È un riflesso spontaneo: riteniamo che per combattere qualcosa occorra anzitutto farla vedere, darla a conoscere, sensibilizzare. Vero. Peccato però che tale strategia di azione - ottimale nel precedente scenario mediatico - oggi ha l'effetto esattamente opposto.

Mentre infatti l'esercito di like e condivisioni dei "cavalieri della luce online" depreca e denuncia, dall'altra parte c'è un software di analytics che registra interesse e engagement attorno a quell'oggetto per poi finire davanti agli occhi di un social media manager che si convince di aver diffuso il tipo di contenuto giusto.

Un like: un voto

Stigmatizzare un contenuto è dargli una preferenza
Il fatto è che, per come funziona la Rete, quando interagiamo con un contenuto (perché mettiamo like, commentiamo o lo condividiamo), stiamo semplicemente esprimendo un voto di preferenza. Non importa se l'intenzione è di denunciare e stigmatizzare. Dal punto di vista di chi produce contenuti è un segnale chiaro, gli stiamo dicendo: "vai avanti così perché questa roba suscita una reazione". In fondo è su questo si basa il click baiting: suscitare indignazione, reazione, ribellione è il modo più a buon mercato per ottenere click, che sono il bene più prezioso online.

Quando eravamo in un sistema mediatico classico, in cui erano solo alcuni i detentori e gestori del flusso delle notizie e informazioni (le testate classiche), effettivamente la denuncia e l'indignazione erano uno dei pochi modi attraverso cui si poteva "far emergere" qualche malefatta che altrimenti sarebbe rimasta ignorata. Oggi è il contrario: creare engagement attorno a un contenuto negativo/immorale/ingiusto significa anzitutto contribuire alla sua diffusione e quindi incoraggiare chi lo ha generato a continuare in quella direzione. In poche parole: online contestare e denunciare equivale a dare forza e non a combattere.

Un esempio tra tutti. Qualche tempo fa mi sono imbattuto in un post con scritto: "Prende a calci un bimbo perché mentre sta giocando fa cadere sua figlia... se sei contro i maltrattamenti dei bambini condividi questo video", a seguire il link al video. Tutti coloro che hanno messo like, commentato o condiviso questo post non lo hanno contestato ma hanno incoraggiato chi ha caricato il video sul Web a continuare su questa linea. Invece di protestare ogni interazione è stata una conferma: la violenza sui bambini online attira click (qui sotto il post).


La denuncia ha anche effetto sulle nostre timeline a causa degli algoritmi. Mentre facciamo l'invettiva - o mettiamo like su invettive altrui - stiamo dicendo all'algoritmo che quei temi deprecabili ci interessano e così il nostro assistente robotico tenderà a sottoporci cose analoghe. Stiamo insomma chiedendo noi stessi di fomentarci sentimenti negativi e reazioni polemiche.

Il potere dell'ignoranza

In realtà sul Web il potere di contestazione più potente è un altro: ignorare. Occorre riscoprire il potere dell'ignoranza: lasciar perdere contenuti negativi, obrobri, immoralità, nefandezze, è il modo migliore per combatterli. Ciò che non riceve click, e non sviluppa engagement, online muore da sé.

Questo vale anche per le interazioni: quando riceviamo commenti volutamente polemici, il miglior modo di ricacciare la provocazione è quello di non rispondere. Rispondere infatti è dare visibilità all'altro: quando ingaggiamo con qualcuno uno scambio sui social, al di là di ciò che scriviamo, gli stiamo anzitutto dando lo spazio e l'attenzione di tutti quelli che sono collegati con noi. Occorre sempre rimanere lucidi e domandarsi se la questione posta merita tale opportunità, perché di questo si tratta.

Per ogni denuncia dieci proposte

"Si dovrà pure denunciare ogni tanto!" mi sento dire quando faccio questo ragionamento. È vero, talvolta ci vuole, ma quello che proporrei è un autocontrollo consapevole dello spirito di denuncia, proprio per evitare di diventare dei diffusori di nefandezze e immoralità che incoraggiano i produttori di contenuti deleteri.

Come ho già sostenuto altrove, a ogni denuncia che facciamo - che deve essere fatta solo quando veramente indispensabile - dovrebbero corrispondere almeno altri dieci contenuti successivi di proposta e costruttivi. Se tutti rispettassimo questa proporzione contribuiremmo a ripulire il Web di tanta immondizia che serve solo a rovinare l'ambiente.

Riflettere e rielaborare, non limitarsi a denunciare
Ma non basta la proporzione. Ci vuole anche impegno. Spesso infatti la denuncia è anche un modo a buon mercato per farci notare nella conversazione online. Sappiamo infatti che, solleticando le reazione dei nostri simili con contenuti di pura protesta, riceviamo un'immediata attenzione senza particolare sforzo. Molto più faticoso rielaborare, ripensare, ricostruire e offrire qualche spunto generativo di nuove idee, magari a partire proprio da un elemento negativo.

Più inventiva meno invettiva

Per farlo ci vuole fatica, cervello, impegno e anche un po' di pazienza: essere rilevanti richiede tempo, occorre cimentarsi e imparare dall'esperienza e dall'ascolto degli altri. Infine ci vuole anche una certa dose di umiltà: non è detto che dobbiamo sempre dire la nostra (pro/contro) su ciò che accade nel mondo, magari sapessimo limitarci a intervenire solo laddove possiamo portare un reale valore aggiunto a chi è collegato con noi.

Non è una questione morale ma tecnica: se sul Web stiamo solo in modalità reattiva o adattiva finiremo per abitare l'ambiente digitale in forma primitiva. Se invece vogliamo cogliere appieno la possibilità che la tecnologia ci offre di aprirci a nuove conoscenze, abbiamo bisogno di attingere alle nostre migliori capacità umane. Insomma online ci vuole più inventiva e meno invettiva.





Prima l'uomo o la timeline? Assumere la direzione della tua finestra sul mondo

sabato 2 luglio 2016

di Bruno Mastroianni


Non vorresti mai un collaboratore che ti dà sempre e solo ragione. Immagina per un attimo di aver delegato a un assistente efficiente il compito di segnalarti spunti, contenuti e idee su quello che ti accade attorno di rilevante. Ora immagina che questo assistente, per quanto bravo, tenda a compiacerti, ad assecondare i tuoi gusti e a sottoporti soprattutto ciò che viene dal giro di persone a te più affini e vicine. Reagiresti immediatamente: gli chiederesti di essere meno accondiscendente e di procurarti informazioni e notizie con una prospettiva più allargata e variegata.

Ecco, questo è quello che facciamo se non curiamo le timeline dei nostri account sui social. Sì perché, come tutti sappiamo, quello che vediamo su Facebook e su Twitter non è frutto solo dell'iniziativa delle persone con cui siamo collegati ma di una selezione operata da un algoritmo.

La tua finestra sul mondo

Tale sistema è pensato per facilitarti la vita e per sottoporti ciò che più ti interessa ma, come tutti gli automatismi schematici, può diventare un limite. Esiste infatti il rischio che le tue timeline (l'insieme di contenuti che ti appaiono nelle homepage dei social) assumano l'aspetto di una bolla in cui ti vengono segnalati solo certi temi, trattati solo da persone a te affini che sono del tuo giro.

In quel gesto quotidiano di consultare il tuo account (ripetuto molte volte al giorno), provi inconsciamente la sensazione di essere collegato e informato su ciò che accade nel mondo, mentre potresti essere rinchiuso in un piccolo orticello di notizie e prospettive limitate al giro di persone con i tuoi stessi interessi, che già la pensano come te. Un impoverimento notevole.

Diventare direttori responsabili

Assumere la direzione "umana" delle timeline
Come uscirne? Dobbiamo diventare direttori responsabili delle nostre timeline. L'algoritmo va preso per quello che è: un caporedattore che cerca di capire i nostri gusti per compiacerci. La colpa non è sua, fa il suo lavoro robotico. Siamo noi che dobbiamo assumere pienamente la responsabilità umana del nostro ruolo di direzione.

Un tempo la comunicazione di massa ci permetteva di delegare questo compito quasi completamente alle redazioni delle testate. A noi spettava giusto la scelta di quale tipo di mezzo seguire per gusti, interessi, stile, ecc. Oggi invece dobbiamo essere i direttori responsabili di noi stessi nel fruire delle informazioni. Su questo ci giochiamo la libertà, l'indipendenza e anche la capacità di apertura e interesse verso spunti e prospettive nuove.

La questione non è puramente tecnica ma umana: è importante che viviamo online da attivi digitali scegliendo consapevolmente il nostro modo di stare sui social per un'esperienza viva e ricca. Da dove iniziare? Qui propongo tre "mosse" di base indispensabili, se cominciamo da queste poi potremo fare altri passi in avanti per crescere sempre di più nella capacita di vivere la Rete nel suo risvolto più promettente: un'occasione di costruzione di relazioni di qualità proprio con chi non appartiene direttamente del nostro stretto giro.

Prima mossa: l'engagement consapevole

Ogni like, retweet, condivisione e commento che poniamo va percepito per quello che è: espressione di un voto. Ogni volta che interagiamo con un contenuto stiamo dicendo al nostro algoritimo-caporedattore che se ci segnala cose simili siamo contenti. È un vantaggio: se interessati a cose nuove e innovative, a contenuti che ci fanno uscire dal giro delle nostre solite opinioni già assodate, stiamo dando un segnale importante al nostro collaboratore.

Se invece mettiamo sempre e solo like e condividiamo solo ciò che già conferma i nostri giudizi, stiamo dando "luce verde" per farci chiudere sempre più in una bolla compiacente. Non dimentichiamolo mai: il nostro modo di interagire con i contenuti plasma il mondo come ci appare online. In che mondo vuoi ritrovarti?

Seconda mossa: scegliere gli interlocutori

Su FB puoi decidere chi vedere per primo
Facebook ha una funzione fantastica per il News Feed: puoi scegliere una serie di persone da vedere per prime (al di là dei calcoli e delle scelte dell'algoritmo). Se imposti bene la tua lista di interlocutori "prioritari" puoi superare l'accondiscendenza del tuo caporedattore. Vale la pena scegliere interlocutori validi, seri e affidabili soprattutto tra persone che non siano del tuo ristretto giro né della tua area culturale/sociale/religiosa/politica ecc. Con la loro attività online ti aiuteranno ad uscire spesso dall'orticello rassicurante in cui il caporedattore tende a tenerti.

Lo stesso puoi fare scegliendo di non seguire chi non è rilevante, chi insiste sempre sugli stessi temi. Conviene escludere chi è polarizzato, aggressivo, ideologico, soprattutto se lo fa su cose sulle quali sei d'accordo: non aggiunge niente e "compromette" la timeline. In questo modo, pur rimanendo collegato con lui, dici al caporedattore di non mostrarti i suoi contenuti.

Gli altri social hanno funzioni analoghe. Ad esempio su Twitter puoi attivare le notifiche solo per alcuni utenti, in modo tale che i loro tweet ti appaiano al di fuori dell'ordine che ti propone la timeline. Oppure puoi creare delle liste. Basta un po' di impegno iniziale per selezionare interlocutori validi e significativi che, proprio perché diversi da te, ti possono aprire nuovi punti di vista sul mondo.

Terza mossa: dare il buon esempio

Questo terzo passaggio ha in un certo senso meno a che fare con l'algoritmo e più con le nostre debolezze umane. A tutti piace ricevere like e condivisioni. Vogliamo essere considerati, è una cosa bella e umana. Che triste però quando iniziamo a scrivere apposta per "acchiappare" i like di chi ci sta vicino, solleticando i pregiudizi e toccando le sue corde più basse, che conosciamo bene, visto che è a noi omogeneo.

A tutti piacciono gli applausi, ma da chi vengono?
Ecco dovremmo imparare a emanciparci un po' da questo. Non è difficile, basta fermarsi a riflettere: quando fai qualcosa di ben fatto ti darebbe soddisfazione avere solo l'applauso della tua famiglia e dei tuoi amici (che comunque avresti perché ti vogliono bene, perché ti sono accanto) o preferiresti essere preso in considerazione anche da persone indipendenti e lontane dalle tue visioni, che ti giudichino per quello che fai per la sua bontà in sé? Ecco, occorre fare un lavoro di capovolgimento di priorità: accordare più interesse a una interazione con un "lontano" che a 1000 interazioni di persone già vicine e d'accordo.

Essere comunicatori di se stessi

Quest'ultimo aspetto è qualcosa che i comunicatori conoscono bene: cercare di farsi capire dai più lontani, persino i diffidenti, è sempre il risultato più importante nelle relazioni pubbliche. Oggi dobbiamo imparare un ad avere questa prospettiva giacché le tecnologie digitali ci hanno abilitato ad essere tutti un po' giornalisti e un po' comunicatori di noi stessi.

Se personalizzi il News Feed di Facebook, se lo fai su Twitter e sugli altri social, ti sveglierai dal torpore della bolla e ti ritroverai con una vita online ricca di spunti inattesi e interessanti e felicemente aperta a nuove relazioni e conoscenze. Che poi è il motivo per cui comunichiamo.












Gestire le fonti - ovvero navigare felici nella complessità del Web

sabato 25 giugno 2016

di Bruno Mastroianni


 Uno dei potenziali rischi del Web, lo sentiamo ripetere spesso, è la disinformazione. Notizie incomplete, false, manipolate, vengono segnalate, condivise, rilanciate e sembrano impossibili da fermare. Intendiamoci: da sempre nella società umana le informazioni sbagliate e il “sentito dire” hanno caratterizzato l’opinione pubblica. Ma un tempo erano proprio i mass media a porre, per così dire, un argine: i professionisti dell’informazione (i giornalisti) avevano tra i loro compiti quello di discriminare ciò che è attendibile e verificabile da ciò che era pura chiacchiera.

Il loro ruolo è ancora fondamentale, solo che oggi a portata di smartphone siamo proiettati in una conversazione globale a flusso costante, veloce e spesso sovraccarica. Ciò ci mette di fronte a una sfida personale: dobbiamo diventare capaci di discernere in modo autonomo. Casomai i giornalisti saranno un aiuto, ma non sono più quella voce esclusiva che in qualche modo ci poteva tenere al sicuro (a volte manipolandoci ancora più ferocemente, ma questo è un altro tema).

La capacità di districasi nella complessità
Sul Web c’è tutto e il contrario di tutto. Allora da dove partire? Dalle basi, cioè dalla gestione delle fonti. Questa competenza, che per un comunicatore professionista o un giornalista è il punto di partenza, deve diventare universale, come saper leggere e scrivere: così come insegniamo ai bambini l’alfabeto e la grammatica per renderli indipendenti, lo stesso dovremmo fare sull’uso delle fonti, visto che oggi le informazioni sono la materia su cui si gioca l’indipendenza sociale.

Agire su se stessi per primi per poi insegnarlo. Genitori, insegnanti, persone con ruoli sociali rilevanti, dovrebbero adottare questo “senso giornalistico” fondamentale per districarsi nella complessità. E poi dovrebbero trasmetterlo attorno a loro.

Qui propongo un elenco minimo di parametri per verificare l’attendibilità di un’informazione, sempre validi. Quando si adottano aiutano a sviluppare una forma mentis capace di distinguere in poco tempo le informazioni buone da quelle provvisorie, o almeno sospettare la presenza di una manipolazione.

Chi lo dice?

Le informazioni senza fonte sono da prendere con le pinze. “Dice che.. sembra che… a quanto pare…” sono espressioni apparentemente innocue, che usiamo quotidianamente. Ma se usate quando ci imbattiamo in un’informazione rilevante (perché ci interessa, ci riguarda, può cambiare qualcosa nella nostra vita, ecc.) dovremmo avere il riflesso automatico di chiedere: chi lo dice? L’80% delle bufale si smaschera a questo primo step: se non c’è fonte la cosa probabilmente è infondata.

Un caso tipico sono i testi che ogni tanto vengono attribuiti a personaggi famosi (ad esempio al Papa) senza alcun riferimento sulla provenienza o sulla pubblicazione. Basta la mancanza di questo dato a generare subito un primo sospetto.

La data 

La data dice molto di un'informazione, se non c'è bisogna dubitare
A volte la fonte è esplicita e anche buona ma ci si dimentica della data. Ho collaborato con un giornalista che quando trovava un foglio senza data lo buttava direttamente nel cestino senza leggerlo. Diceva: “senza data, senza senso”. Certo erano altri tempi ma anche oggi il criterio della data salva da situazioni imbarazzanti: ad esempio subito dopo gli attentati di Parigi è circolata una foto di un altro presunto attentato “parallelo” in Kenya. In realtà qualcuno aveva ri-postato su Facebook la notizia dell’attentato alla scuola di Garissa (avvenuto molti mesi prima) solo che in pochi si sono presi la briga di leggere la data e, trasportati dal sentimento di orrore, ci sono cascati, rilanciandolo come attuale.

Le bufale poi hanno una caratteristica: sono cicliche e si presentano con date fantasiose, spesso aggiornate, altre volte no. Basta risalire all’elemento temporale e già si può avere contezza di una notizia riciclata ad arte.

Verificabilità

I primi due criteri sono quasi una premessa, senza quelli non si può nemmeno iniziare a prendere sul serio un’informazione, ma se l’informazione ha fonte e data arriva il punto fondamentale: è verificabile? Ciò che non è verificabile non andrebbe mai preso per buono. Si può prendere per dubbio, provvisorio, ma mai accordargli credito definitivo.

La verifica fa rimanere calmi nelle tempeste informative
È uno sforzo mentale importante. Soprattutto quando ci troviamo in momenti di confusione informativa per qualche evento eclatante, ad esempio attentati o disastri: numero di vittime, responsabili, circostanze, il turbine di informazioni che si contraddicono l’un l’altra può farci perdere il contatto con la realtà.

Il criterio della verificabilità fa rimanere calmi: tutto si prende in considerazione ma finché non è verificato non lo si dà per buono. Così come se qualcosa è inverificabile: daresti mai credito a qualcuno che ti dicesse “è così fidati non posso dimostrarti perché?”. Le notizie non verificabili non vanno prese per informazioni ma per ipotesi, idee, suggestioni, che lasciano il tempo che trovano.

Valutare l’autorevolezza

Le fonti non sono tutte uguali. Le verifiche non si equivalgono. Qui occorre introdurre la dimensione qualitativa. A che titolo qualcuno sta dando una certa informazione? Qual è la sua posizione? La sua competenza rispetto al tema? Chi gliela riconosce? Qual è la sua storia precedente (spesso i bufalari sono seriali)? Quale il contesto in cui si muove?

È chiaro che qui c’è un lavoro un po’ meno immediato dei primi tre punti precedenti. Ma non è così distante dalla vita di tutti i giorni. Pensiamo a quando cerchiamo di scegliere un albergo o un ristorante in base alle recensioni. Se ci fate caso viene spontaneo cercare di risalire a più dati possibile sul recensore: è giovane? è vecchio? viaggia spesso? ha gusti diversi dai miei? ecc. È un piccolo lavoro di valutazione che siamo disposti a fare quando dobbiamo pagare qualcosa... dovremmo farlo a maggior ragione quando qualcuno ci offre gratis una notizia che può cambiare il nostro modo di vedere il mondo.

Confrontare


Confrontare ci dà una visione più ricca della realtà
Una delle cose migliori da fare è confrontare. Spesso ci si ferma al primo racconto del fatto (il primo link che ci appare sulla timeline di un social network). Ma non ci vuole molto a vedere se anche qualcun altro ne ha parlato (banalmente basta una veloce ricerca su Google). Spesso dal confronto dei racconti si traggono molti dati sulla provenienza dell'informazione, su ciò che è verificato o no, l’autorevolezza, ecc.
 Il confronto senz’altro smaschera le bufale, ma anche una funzione costruttiva. Avere sempre disponibili più racconti dello stesso fatto è un’opportunità: prenderli in considerazione ci restituisce comunque una visione della realtà più ricca e completa.

Curare i propri collegamenti

Tutti i criteri sopra descritti sono il “gioco in difesa”. Indispensabile ma non sufficiente. La complessità del nostro mondo richiede una vita attiva sul Web e i social che ci porti a curare questi spazi per avere input e informazioni rilevanti  (anche lo svago può essere rilevante o scioccamente inutile). Fa parte di questo atteggiamento da attivi digitali il lavoro di costruzione delle proprie fonti.

Ogni buon giornalista sa che la sua rubrica è lo strumento di lavoro più prezioso. Tutti oggi - ormai inseriti nella conversazione globale - devono maturare questa verità. Noi abbiamo nel Web e nei social una gigantesca rubrica di contatti. Tra questi dobbiamo individuare gli interlocutori più seri, affidabili, significativi, che parlano dei temi che ci interessano e ci stanno a cuore.

Anche qui non bisogna pensare a un lavoro titanico, è qualcosa a portata di mano: basta iniziare a curare le proprie timeline, chi seguire e chi no, utilizzando gli strumenti che i social stessi ci mettono a disposizione. Sarebbe un guaio invece se lasciassimo i nostri spazi al caso: ci ritroveremo in balia dell’ultimo che la dice più forte. Come avveniva in epoche decisamente più primitive.